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"Sono solo una complicata donna semplice"psicopatologia della mia vita quotidiana
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8/4/2008 [...dal calvario alla partenza fino al grido conclusivo di esultanza...]
Voglio penombra, e una luce che riposi gli occhi. Voglio rilassare tutti i muscoli e respirare a pieni polmoni. Voglio le risate e il fiatone dei giochi nell’acqua. Voglio tramonti e poi chitarre e fuochi accesi, notti stellate e bagni nudi. Voglio pizzica e cavigliere, e casino, e colori. Voglio che l’alba ci sorprenda abbracciati, voglio che il suo sorriso quando mi sveglio sia l’unica certezza. Voglio sentirmi di nuovo tutta intera tra le sue braccia.
Voglio che le prossime ore passino velocissimamente, e poi voglio fermare il tempo. Prima o poi torno. 8/1/2008 [Canzone della vita quotidiana]
Inizia presto all' alba o tardi al pomeriggio, ma in questo non c'è alcuna differenza, le ore che hai davanti son le stesse, son tante, stesso coraggio chiede l' esistenza.. (…)
Francesco Guccini 7/28/2008 Ho perso il gusto, non ha sapore quest'alito di angelo che mi lecca il cuore....
Sono avvilita. Sono un personaggio non pensante di un videogioco con troppi ostacoli, mosso da una mano goffa che mi fa sbattere sempre contro gli stessi muri. Ad ogni soluzione segue un altro problema che mi riporta indietro al punto di partenza, non trovo porte per i livelli successivi. Quante vite mi sono rimaste? Sempre più di frequente torna a tentarmi il desiderio di mollare tutto, sempre più spesso mi chiedo se davvero quest’attesa avrà mai una fine, se potrò mai dirmi soddisfatta del mio percorso, delle mie scelte. Mi sembra di aver sbagliato tutto. Sto imparando a scorgere la debolezza di figure di riferimento che ho ancora bisogno di credere intoccabili, ma ho sempre meno appigli. Sto diventando insofferente, diffidente. Mi fa schifo sentirmi così, non se se sentirmi più in colpa o più incazzata per i pensieri che faccio. Non so neanche quanti post simili ho già scritto a intervalli regolari negli ultimi anni e questo mi fa sentire ancora peggio, perché mi dà la misura di quanto le cose restino sempre uguali a loro stesse, nonostante io faccia tutto quel che è in mio potere, o forse solo tutto quello che riesco a fare, per cambiarle. Io sono una che porta a termine tutti gli impegni, ma gli impegni restano tali se sono reciproci. Io sono una cerca fino allo sfinimento di non deludere le aspettative altrui, ma comincio a chiedermi che valore hanno le mie, di aspettative. Che valore ho io, se mi merito tutta quest’incuranza, questo eterno rimandare, a cosa posso ambire. E’ tempo sprecato o è tempo investito? Che cosa significa rispetto? Quello che ho per per gli altri non dovrebbe essere in conflitto con quello che devo a me stessa, o no? Dire basta in questo momento sarebbe un tradimento verso chi ha creduto in me, me lo ripeto di continuo stringendo i denti. Ma continuando mi sembra di tradire me, che in me ci credo ancora di più. E da questo conflitto non so uscire, tra obblighi contrattuali e obblighi morali e affetto per gli altri e amor proprio. E allora resto ferma, fissando ultimatum che stanno solo nella mia testa, e che poi puntualmente rimando. Non sono fatta per certi meccanismi. Sono un’idealista ingenua e disadattata che non sa affrontare il lato pratico delle cose. Sono un’integralista orgogliosa ancorata a posizioni anacronistiche. Non ho mai saputo sfruttare nulla a mio vantaggio, nulla, perché trovo ripugnante il termine sfruttare. Però poi finisce che quella sfruttata sono io. Stupida, sono una stupida. Perché le cose che non mi piacciono non le capisco, non le voglio capire, non le voglio vedere. Sono stanca, e non nel senso di affaticata, sono stanca di non fare niente di quello che voglio fare, ma non me lo posso permettere ora perché devo fare tante cose senza senso in pochi giorni, e so già che non riuscirò a farle tutte. Ecco, quest’ultima frase è sconcertante, ed è il mio stato perenne, ormai. Conto le ore che mi separano dal poter smettere di tenere tutto in mente, ma ho paura che non accadrà. Perchè se un po’ mi conosco, so che mi porterò dietro le situazioni in sospeso e che finirò col sentire un retrogusto amaro anche nei momenti più belli. E non è un bel pensiero con cui avviarsi verso le ferie, no. Spero di smentirmi e dimenticarmi come sono diventata per ricordarmi chi sono.
On air, ancora una volta e chissà per quanto ancora: Quello che non c'è 7/23/2008 [Per non dimenticare un altro giorno di rabbia, avvilimento, disgusto e pena]
Stanco di vedere le parole che muoiono, stanco di vedere che le cose non cambiano, stanco di dover restare all’erta ancora, respirare l’aria come lama alla gola. la vita spesso è una discarica di sogni che sembra un film dove tutto è deciso, sotto un cielo d’ un grigio infinito. Taglia la torta, tagliala ancora:
Subsonica
Così mi sento tradito o sono stato ingannato
7/21/2008 Questo è un post di merda.
Questa è una canzone sulla cacca, certo l'argomento può sembrare un po' volgare, lo capisco, ma vi suggerisco di dimenticare qui il lato gretto, in pratica l'oggetto, in qualsivoglia aspetto o forma voi lo conosciate.
Daniele Silvestri, Sogno-b 7/15/2008 God save me! (dal titolo obbligatorio)
In questi giorni sono successe così tante cose che non riesco dare loro una collocazione spazio temporale precisa, ho un sovraffollamento di immagini ed emozioni che mi attraversano e mi stordiscono. Sarà che il mio ritmo sonno-veglia è ormai seriamente compromesso, sarà che è stato tutto così intenso che mi pare impossibile che nel giro di così pochi giorni siamo riusciti a vivere così tanto, a percorrere distanze fisiche e mentali così di corsa, col cuore sempre a mille, gli occhi spalancati, la testa a registrare ogni dettaglio, mano nella mano. - A sorridere dei disagi, dalla puzza dei piedi del coinquilino di cuccetta all’andata, al cane pisciasotto nel nostro scompartimento al ritorno passando per un autobus col cambio rotto in culo al mondo. - A NON sorridere dello sfiorato pestaggio al concerto dei Sex Pistols (ok, il punk non fa per me, ho pianto come una bambina terrorizzata, ecco, l’ho detto e non me ne vergogno). - Ad affondare nelle sabbie mobili fangose della Pellerina sotto il diluvio universale mentre Patty Smith cantava (e io pure… qualcosa di indistinto del tipo bicosdenait uanaganaiugaveh e pipolevdepauer auangansghèèè) aspettando che gli Afterhours ci regalassero uno dei loro concerti migliori sotto un cielo improvvisamente limpido per accompagnarli con il nostro pogare pericolosamente scivoloso. - A stringere mani (quanteeee), sorridere e dire “ciao, anna” a tutte le persone che in qualche modo hanno fatto parte della sua vita, e a scoprire che possono esistere anche delle notti trascorse a parlare con qualcuno di cui ignoravi l’esistenza fino a qualche giorno prima, con il quale c’è da subito condivisione e spontaneità e complicità e pezzetti di vita raccontati e ascoltati in maniera totalmente incondizionata. Anime sparse, col male di vivere appiccicato addosso, istanti, frammenti, sbadigli. E dediche scritte su un tavolino troppo sporco. E “buonanotte” barcollanti. Ma anche una piccolina appena nata piena di capelli in una famiglia serena. - A riabbracciare quelle che adesso, in qualche modo, fanno parte anche della mia. Tipo Daniele che si è teletrasportato da Lecce a Torino e ci ha fatto una sorpresa bellissimissima e ci ha fatto venire un colpo al cuore facendosi trovare dietro quella porta. Ci voleva anche lui, decisamente, e c’è stato pure nel momento di cui avevo più paura, assonnato nell’angolino, a chiedermi se andava tutto bene (si, andava tutto benissimo). - A mangiare schifezze alle ore più improbabili e nelle condizioni meno igieniche possibili, senza doveri, regole, senza programmi né persone a cui rendere conto, a correre anche dei pericoli, ad affacciarmi in uno stile di vita che avrebbe potuto essere anche il mio, per un po’ o per sempre, se non fosse stato per circostanze - sfiga o gran culo a seconda dei punti di vista - avverse. Ci ho pensato tanto in questi giorni a come sarebbe stata la mia vita adesso SE. E SE NON. Pensieri anche un po’ pesanti, ma vabbè, io porto dietro me stessa ovunque vada, non c’è scampo. - A tentare di ballare la pizzica in una serata a tema e applaudire finalmente lui, sul palco, orgogliosa come una mamma alla recita di classe del suo unigenito figlio. (Ah! Sto imparando a cantare Cozze in perfetto accento salentinu!) - A sentirlo ridere di pancia, rilassato, parentesi necessaria in un periodo pieno di sacrifici e scelte difficili. - A curiosare nei suoi luoghi, nelle sue abitudini, a stupirmi di quanto sa essere sempre meravigliosamente sé stesso in ogni contesto e con qualunque persona. Forse è la cosa che ho da subito amato di più in lui, è allucinante, non smetterà mai di meravigliarmi la sua capacità di entrare in contatto con la più varia umanità senza mai bisogno di giri di parole o di gesti plateali.
(Mmmm.... il Trilogy rientra tra i gesti plateali, vero?)
Lasciami andare a vedere il sogno, la velocità, il miracolo, non fermarmi con uno sguardo triste, questa notte lasciami vivere laggiù sull'orlo del mondo, solo questa notte, poi tornerò... (Alessandro Baricco )
7/10/2008 [una valigia di sogni prima della partenza, da domani vacanza...]
Dalla lista spunto le cose da portar via, ma è più un rito che una necessità. E’ un modo per ingannare l’attesa, per sedare il nervosismo. A vedermi, non si direbbe che io sia preda di ansie di ogni tipo, eppure sento il cuore che batte più forte ogni minuto che passa. Si tratta solo di pochi giorni, ma mi sembra il viaggio più importante che abbiamo mai fatto. So di non dovermi sentire sotto esame, o in competizione con chicchessia, so che la gelosia retroattiva è uno dei sentimenti più privi di senso che si possano provare, so che in quella città lui ha lasciato pezzi di sé che non saranno mai miei, e so che anch’io ho pezzi del genere, eppure lui ha saputo sempre considerarli una risorsa e mai un peso, e so che dovrei essere capace di fare lo stesso. Lo so, lo so, LO SO. Ho solo bisogno di ripetermelo ancora come un mantra, almeno finché lui non arriverà a rassicurarmi di nuovo. E poi, da quel momento in poi, andrà tutto bene. Mi affaccerò finalmente a quella finestra da cui si vede la Mole, riguarderò tutta la strada fatta insieme, e sorriderò al rumore di fondo che fa il mio cervello certe volte. 7/3/2008 [non sono candele ma razzi]
Il blog è una specie di piazza su cui si affacciano tante finestre, una piazza dove potersi fermare, osservare, scegliere di parlare con qualcuno, qualcuno che può assumere, poi, gradualmente o in maniera fulminante, le sembianze di un amico, sia che resti incapsulato in questo mondicino all'interno del mondo reale, sia che poi si trovi effettivamente il modo di incontrarsi per farsi una foto da appendere in camera che serva da prova. E’ sufficiente sentire nel profondo che mai e poi mai le distanze fisiche conteranno qualcosa. E che la vita cosiddetta “reale” è una gran presa per il culo, è semplicemente lo stratificarsi di esperienze e stati d’animo, è fatta di percezioni e non importa se queste abbiano riscontro fuori, ciò che conta è come ci fanno sentire. Mi piace sedermi al centro di questa grande piazza, a captare pezzi di conversazioni altrui, a intervenire quando mi pare opportuno, restare in silenzio, più spesso. A volte m’incammino e imbocco una strada e poi un’altra e un’altra ancora, perdendomi in sentieri sconosciuti e capita di passare davanti a posti così invitanti che, se la porta è aperta, sbircio, e poi finisco immancabilmente col trattenermi a lungo ascoltando storie di vite altrui che si incrociano, resto a guardare per un po’ modi di vivere, pensare, agire, diversi dal mio, o a stupirmi, quando succede, della magia di trovare qualcosa di me in un pensiero scritto da uno sconosciuto a centinaia di chilometri, un pensiero nato distratto che magari innesca riflessioni a catena che diventano reazioni e fatti concreti nella mia vita che lui non saprà mai di aver generato. Capita che finisca tutto qui, che si dimentichi quell’indirizzo, che non si passi più di lì. Ma capita anche di incontrare qualcuno che mi piace pensare come un vicino di casa, uno di cui ti basta vedere la luce accesa per sentirti rassicurato, a cui bussare anche la sera tardi, per un saluto veloce e un caffè o una chiacchierata fino a notte fonda. Ora che ci penso, nel nostro caso sei stata tu a spalancare la mia porta facendo un gran casino e ad entrare dentro casa mia, svuotarmi il frigo e stravaccarti sul divano. Forse ti eri accorta che ti osservavo, che ti aspettavo, ma che stupidamente mi vergognavo. E sorrido di questo mio timore adesso che siamo sedute una accanto all'altra alla finestra, con i piedi penzoloni su questa grande piazza. Adesso che di me sai anche quello che io ancora non sono arrivata a capire. Anch’io di te so qualcosa, per esempio il fatto che ti fingerai infastidita per questo post un po’ patetico alla mia maniera, ma in fondo un po’ ti farà piacere, perché sei come una donna di altri tempi del sud, tu, sbrigativa, schietta, poco incline a carezzevoli fastosità verbali, ma sei anche capace di sentimenti delicati e sorrisi non contaminati. Una che i suoi sentimenti preferisce dimostrarli scuotendo. Una con un sapore agrodolce così raro, da difendere ad ogni costo. Una senza mezze misure, essenzialità e voli pindarici insieme, intuizione empatica e brutale, ironia fino alle lacrime e verità che spaccano lo stomaco, col tuo sorriso sarcastico e il tuo pensare drastico. Lucida, consapevole, disincantata, lunatica, capace di piantare il muso per giorni interi e poi sbocciare all’improvviso, quando meno me l’aspetto, in un’esplosione di solarità. Ti voglio bene e sei importante, non mi ricordo più da quando ci sei ma voglio che tu non vada più via, per tutti quei momenti in cui ho il cervello troppo pieno e il cuore troppo vuoto e tu sai trovare il modo di trasformare le mie lacrime da disperate a commosse. Per tutti quei momenti in cui le tue tasche non bastano più a nascondere i pugni chiusi ed io non so far nulla. Una pacca sulla spalla, un rutto e tanti auguri, Martì, che i post troppo lunghi dici di non leggerli. 7/1/2008 No Vasco, no Vasco, io non ci casco! [e invece si]“Spinosa diceva: Chi detiene il potere ha sempre bisogno che le persone siano affette da tristezza. Io sono qui per portarvi un pò di gioia, gioiA, gioIA, giOIA, gIOIA, GIOIAAAA!". E’ iniziato così, con Vasco in versione filosofo, il concerto che aspettavo da quando avevo più o meno 7 anni e pretendevo che mio fratello, alle prime uscite fuori con gli amici suoi che mi sembravano strafighi, mi portasse con sé. Ora di anni ne ho quasi 28, ma l’emozione era quella di una bambina alle prese con un pacco troppo grande da scartare. Mi si è accartocciato lo stomaco in più di un momento. E mentre lui, a pochi metri, intonava la colonna sonora della mia adolescenza, col suo carico di ribellioni trattenute, con quella ventata di malinconia piena di punti sospensivi, mi è passato per la testa l’impossibile, dai versi riportati sulla smemo alla prima canna, dalle piccole battaglie alle porte che sbattevano, passando per i pomeriggi sul letto a guardare il soffitto sognando di scappare, ascoltandolo. E ho guardato Kore, mentre cantava commosso la “sua” Stupendo, e pensavo che anche la nostra amicizia è legata irrimediabilmente a Vasco e che la coincidenza spettacolare di certe date sarebbe veramente un segno divino se credessi in dio. Perché ci siamo conosciuti esattamente tre anni fa, il giorno dopo il concerto di Vasco a cui lui era stato, il giorno dopo il suo compleanno. Io me l’ero perso, per l’ennesima volta, e lui mi aveva promesso che al successivo saremmo andati assieme. Non potevo certo credere a un tipo che faceva lo sborone dopo 10 minuti dalla parola “Piacere”, e invece gli ho creduto e così è stato, lo stesso giorno, nel terzo compleanno che ci vede uniti. E poi guardavo T che al concerto ci è venuto principalmente per assecondare la mia vena nostalgica, però eccome se cantava, e alla fine mi sa che anche lui si è emozionato per tutte le immagini che sicuramente sono passate anche per la sua testa, di quando io ancora non c’ero e sul suo viso c’era solo un leggero accenno moscio di quella barbetta che oggi mi pizzica l’anima. Vasco è così, per quanto crescendo e affinando i gusti si possa diventare musicalmente ricercati, lui, con tutti quegli eeeeeeeeeee, un po’ urli e un po’ lamenti, ha il potere di attraversarci tutti (essì, lasciatemi generalizzare per una volta). Ho messo un’altra X sul tabellone delle cose da fare assolutamente prima dei trenta, ma la lista di quelle ancora da spuntare è ancora decisamente troppo lunga. Che poi, più che Vasco, ora mi viene da citare Battiato quando dice che “c’è voluto del talento per riuscire ad invecchiare senza diventare adulti” o Guccini che alla fine dice la stessa cosa quando canta “Non sai che ci vuole scienza, ci vuol costanza, ad invecchiare senza maturità”. Queste pippe mentali sul crescere, sul cambiare, mi stanno assorbendo parecchio ultimamente. A volte penso che gli amici che cambiano mi fanno venire l’ansia e piuttosto forse preferisco cambiare amici. Altre volte penso che sono io a cambiare e che loro non mi stanno dietro. Non è facile uscire da certi pensieri cagneschi che si mordono la coda, e non è un voler attribuire responsabilità a tutti i costi, ma uno sforzarsi di analizzare un po’ di più questa sensazione di stanchezza, di insofferenza, di fastidio per gesti e mancanze altrui, di non sopportazione, che mi pare sia subentrata e si stia diffondendo a macchia d’olio nel mio micro-cosmo per capire se è una fase passeggera e fisiologica o se siamo diventati come quelle coppie di fidanzati che trascinano certe storie per inerzia, per paura del cambiamento, per abitudine finendo col rovinare tutto quello che c’è stato. E in una coppia si è solo in due (cit.), figuriamoci in un gruppo di persone così diverse, ognuna con la propria storia, le proprie scelte, la propria strada, le proprie verità, le proprie ferite, i propri segreti, il proprio intricatissimo modo di intendere la vita e le relazioni. E’ una fatica, spesso. Ma è un miracolo, quando le cose funzionano. E’ innegabile che non siamo più com’eravamo ed è difficile credere che certi miracoli possano ripetersi, eppure non sono ancora arrivata ad un livello di maturità tale da rassegnarmi al fatto che la fatica non paghi. Che poi è un discorso estendibilissimo ad altri campi, proprio in questi giorni che è l’anniversario del mio addio a un lavoro che non appagava, proprio in questi giorni che T si sta facendo le stesse mie domande faticose di un anno fa, trovando delle risposte bellissime, proprio in questi giorni che nel mio ufficio è ricominciato a soffiare un vento di entusiasmo per nuovi progetti. Dicevo che certe coincidenze sono strane davvero. Come se tutti gli eventi che hanno fatto da spartiacque nella mia esistenza si concentrassero apposta a intervalli regolari, per consentire alla mia mente disordinata di fare bilanci ben scanditi, di fare ordine, di chiudere e ricominciare, di mettere in fila i miei posso, i miei voglio, e anche qualche devo. Buonanotte a tutti, soprattutto a chi sogna più forte quando è sveglio. 6/27/2008 8 anni. [E l'8, disteso, è infinito]
"Ci si affeziona anche al dolore, persino alla disperazione. Quando abbiamo sofferto moltissimo per una persona, il fatto che il dolore stia passando ci sgomenta. Perché crediamo significhi, una volta di più, che tutto, veramente tutto, finisce. Non e' vero, ma questo non ero ancora pronto a capirlo." (Gianrico Carofiglio) 6/25/2008 No, è che sono curiosa. Ma che ci venite ancora a fare su questo blog?Non avevo smesso di scrivere, ho continuato a farlo solo per me altrove, per alleggerirmi un po’ la testa. Poi però qualunque cosa provassi a buttare giù non aveva il senso che doveva avere, non prendeva forma e rimaneva lì sospesa, cercando di assomigliare ad un pensiero. E il guaio è che io non scrivo mai a matita, quando sbaglio cancello imbrattando, consumando quantità spropositate di carte che restano in fondo a cassetti troppo pieni e che poi di solito rispuntano nei momenti meno opportuni. Per esempio in queste sere sono saltate fuori delle cose risalenti al duemila e mi sono venuti i brividi al pensiero di quanto certe situazioni siano o sembrino immutabili. Cosa mi sta succedendo? Bhò, forse che sento troppo, troppissimo. Cose che una persona equilibrata si lascerebbe scivolare addosso, cose che una persona sana neanche noterebbe, a me restano incagliate sottopelle come tarli. Ogni volta mi inebetisco davanti ai miei limiti e alle mie reazioni (o mancate reazioni). "Tu ti lamenti, ma che ti lamenti, pigghia lu vastuni e tira fora li renti" cantava Carmen, e andrebbe ascoltata di più, maledizione. Bisognerebbe godersela di più ‘sta vita, invece di sprecarla con pesanti nonché superflue seghe mentali. Quanto vorrei essere una bella persona, di quelle che sul letto di morte possono guardarsi indietro e ritenersi soddisfatte di non aver barato. Sarebbe bello andarsene con la soddisfazione di non aver passato la vita a crogiolarsi nell’autocommiserazione. Penso spesso alla morte, come una sorta di esercizio quotidiano. Che pare una cosa macabra, ma è il mio modo di ricordarmi di apprezzare le cose importanti – soprattutto quelle piccole e semplici - e una specie di promemoria per relativizzare quelle per cui non vale la pena sbattersi. Ammetto che non mi riesce sempre benissimo, anzi ultimamente non mi è riuscito per nulla se è vero che mi sono fatta spesso il sangue amaro e ho costruito castelli di negatività intorno a dei dettagli tutto sommato razionalmente insignificanti. E comunque, esercizio o no, non mi sono ancora abituata all’idea che la gente muore, nonostante per un bel po’ sia stato fin troppo usuale e frequente l'odore di incenso e le parole sprecate dell'omelia. Stessa trama, attori intercambiabili e prospettive relativamente differenti. Gli sguardi intontiti, i baci dati pure agli sconosciuti, i telegrammi, i fiori, avvisa tutti, il loculo al cimitero, il trigesimo. Senza tempo per assimilare il dolore fin quando la calca svanisce e nella quotidianità mozzata si comincia a cercare soluzioni inesistenti. Non so come sia arrivata a questo discorso, non volevo. Non sto male come sembra da quello che scrivo. Sono solo un po’ triste, a tratti, ma ho anche dei bei grossi motivi di gioia. E non me ne dimenTico, mai. Ultimamente sono successe tante cose, ho accumulato particolari, dubbi, aneddoti che potrei raccontare ma che non riescono a mettersi d’accordo sul diritto di precedenza. Per esempio potrei dire dell’incidente che ho avuto in macchina, ovviamente per colpa mia, con uno che aveva tatuato “Carmela” sul collo in stile gotico e pareva uscito da Gomorra. Mi sono spaventata tanto, ho ricordato troppo, troppo, ho pianto anche di più (ah, si, poi ho visto anche Gomorra ma quello meriterebbe un post a parte). Di buono c’è che sono viva e che camminare a piedi non può che far bene alla mia cellulite. O potrei dire di una convenzione che sta girando di mano e in mano e di regione in regione da tre mesi e manca ancora una firmina piccola piccola, ma ora che ci siamo quasi si è tirato indietro il tutor in nome del quale, nell'aprile che fu, quei documenti hanno iniziato a girare. Potrei parlare per ore di riunioni di lavoro surreali, di “Anna conta fino a 10 e sorridigli e assecondalo che prima o poi tornerà normale”. O di quando ho litigato ferocemente con Kò e in un solo pomeriggio ho capito che dovevo rivedere un bel po’ delle mie convinzioni, ma di come il pomeriggio stesso io sia corsa a riabbracciarlo pensando che io senza certe convinzioni non posso vivere. Anche se è innegabile che molte di esse stiano vacillando. E non mi riferisco solo ad un episodio specifico ma a delle idee così belle e pure e perfette che mi rifiuto sempre di mettere in discussione, pur di difenderle, pur di proteggere me stessa da certe consapevolezze. Ma penso che sia ora di iniziare a essere meno severa con me, perchè non è sempre colpa mia, e di smettere di rincorrere. Perchè se mi si vuole vicino la velocità va stabilita insieme per camminarsi accanto. E penso di dover cominciare a pretendere di più dagli altri, più attenzioni per me, più sensibilità per i miei sentimenti. Senza le solite giustificazioni. Il problema è che sono miope. Parlo degli occhi di dentro, quelli che consentono all'anima di essere sincera con se stessa. Ci metto un'infinità ad individuare i contorni, le sagome, le forme, ci metto un'infinità a capire quanto le persone siano vere con me o meno, e se lo sono con loro stesse. Ed in questo lasso di tempo succede che me la racconto come mi pare e piace, me la racconto così bene fino a convincermi che la realtà sia quella che voglio vedere. E la costruisco così bene nella mia testa, nei minimi dettagli, che quando poi metto a fuoco, la realtà reale puntualmente mi delude. Non so come abbia fatto ad arrivare a quest’altro discorso, ma non volevo. Dicevo…sono successe molte cose, soprattutto tra i miei neuroni, che ho evitato di sbandierare qui per non dare il via libera a furori ipocondriaci e riflessioni metafisiche. E non intendo cascarci adesso. Diciamo che ho una certa tendenza ad andare in apnea, a trattenere il fiato. Per sentire meglio, per sentire meglio i rumori intorno, per sentire meglio i rumori dentro. Diciamo anche che mi sta per venire il ciclo, e che gli ormoni condizionano la mia percezione delle cose in maniera spropositata. Quindi nel premestruo devo ricordarmi sempre di stare bene attenta a non sputare alcuna sentenza e di non prendere decisioni definitive, ma limitarmi ad osservare tutto quello che tra pochi giorni mi apparirà senza dubbio diverso. Pertanto, ogni giudizio adesso è sospeso. Però una cosa la voglio scrivere: io credo nel cambiamento. Ci credo. Per me non esiste dire ‘io sono così’ e chiudere il discorso. Credo che ognuno di noi sia talmente tanto una fucina di incoerenze che è impossibile “essere così”. Credo che ‘io sono così’ nasconda pigrizia, giustifichi le proprie debolezze, ma soprattutto sia il miglior modo esistente di perdere opportunità. Accontentarsi è nauseante. Sono stufa di avere intorno gente che si accontenta. Sono stufa di accontentarmi io. Accontentarsi è equivalente a cercare di autoconvincersi che tanto il meglio è fuori dalla nostra portata e quindi è inutile stare tanto lì a fare i preziosi. Invece non è vero. Aspirare al meglio è semplicemente l'unico modo per non cadere in una specie di letargo mentale senza fine. E poi accontentarsi è come darsi del perdente. E' come sapere che quella cosa non fa per te, non è abbastanza per te, ma tenertela lo stesso così com'è. Perchè cercare altro, andare oltre, è difficile. E' pesante. Spesso porta un sacco di delusioni prima di portare una soddisfazione anche minima. Però niente di comparabile a quanto uno si possa fare schifo quando si rende conto che si sta accontentando. Sì, la verità è che erano millenni che non ascoltavo Carmen Consoli e mi ero dimenticata che lei è la donna che mi capisce meglio al mondo. E che ho accanto un uomo che, pur accontentandosi inspiegabilmente di me, pur non lamentandosi mai di niente, mai, non si accontenta, e non mi fa mai smettere di desiderare di lottare per le cose in cui credo e di avere amore per me stessa e per le cose che ho, perché eccome se ce le ho. Lui è la sola idea perfetta che ancora il tempo non ha scalfito e non so veramente come diavolo faccia a dire/fare ogni volta, sempre, la cosa giusta. Credo che se fossi un maschio mi piacerebbe essere come lui. Mi piacerebbe avere i suoi polpacci sottili ma forti e le sue spalle grandi. T è una creatura in bilico, ha in sé dei tratti delicati e altri rudi e questa cosa mi ha sempre stupita più di tutto il resto. Il suo corpo mescola dei estremi in conflitto, e incredibilmente li rende armoniosi tra loro. Penso che vorrei essere come lui, se fossi un maschio, e portare con la stessa grazia le magliette coi buchi che si ostina a mettere. Questo flusso di pensieri scoordinato andrebbe interrotto da una doccia fresca prima che io mi liquefaccia dal caldo. Ho bisogno di acqua, si. Possibilmente di acqua di mare, però, per più di un weekend fugace, con meno curve di quello passato ma con lo stesso spirito, perché abbiamo tantissime cose da fare e da scoprire ancora, e tanto da vedere e tanto da ascoltare per avere cose vere da dire. Intanto gli dico grazie, ancora una volta, pubblicamente (tanto nessuno sarà arrivato a leggere fin qui) perché nel corso di quest’ultimo mese pressappoco disastroso su tutti i fronti, ho passato anche dei momenti sublimi e sono stati quelli con lui, e tra pochi giorni lui si subirà Vasco per permettermi di realizzare un altro piccolo grande sogno. Ah! A proposito... è nata la piccola Sally, ha quasi un mese, è un capolavoro e Daniele è diventato papààà (cliccare per credere)!
Off
6/23/2008 shhhhhh"Com'è curioso tenere un diario: le cose che vi si tacciono sono più importanti di quelle che vi si annotano". (Simone De Beauvoir)
Quanto taccio, utimamente. 6/18/2008 [se incontrassi un gatto nero, si gratterebbe le palle]Scorpione
A Prosser, nello stato di Washington, Danny Anderson stava dando da mangiare ai cavalli quando un serpente a sonagli è entrato nella stalla. Anderson ha preso una pala e lo ha decapitato. Pensava di averlo messo fuori gioco, ma quando si è chinato per raccogliere la testa mozzata ha assistito a una scena da film dell'orrore: la testa ha ripreso vita il tempo sufficiente per morderlo. Per fortuna, Anderson è riuscito ad arrivare in ospedale per farsi fare un'iniezione di siero antiveleno. Questa storia ha una morale che riguarda anche voi Scorpioni: dopo aver eliminato un pericolo non abbassate la guardia. Assicuratevi prima che sia veramente passato.
MAVAFFANCULOVA'! 6/16/2008 Fate largo, sono un dottore!
Doveva essere una vacanza, e invece sono stati giorni a metà tra Fantozzi e l’Esorcista, una combinazione incredibile di eventi tragicomici. Una traversata di 15 ore all’andata e 16 ore al ritorno con in mezzo tre giorni talmente surreali difficili da sintetizzare. Mi dispiace non aver avuto con me un quadernetto per annotare la sequenza degli eventi salienti, ma certe cose non si dimenticano. Come la puzza della merda del vecchietto nell’autobus che ci ha accompagnato per l’intero viaggio di andata, o la caduta dei miei vicini appena scesi dalla nave con tanto di lacrime e ghiaccio, o il tour dell’intero villaggio con valigie al seguito perché la mia stanza non si trovava, o la rissa comunitaria nella hall per la pessima organizzazione e le escursioni mancate a causa di vento e pioggia, o l’igiene dei pastori della Barbagia che mi sono costate una vomitata storica e molte tazze di tè, o la sassata che ci hanno lanciato nel vetro dell’autobus con tanto di incursione della polizia. E questa è solo la parte divertente, eh. Lascio immaginare il resto….
Anzi no, non è immaginabile. Lo sguardo di quella ragazza che fino a poco tempo prima aveva parlato in serenità con me, di cui avevo pensato che era proprio brillante e solare, e che il suo era veramente un bambino felice, quello non lo può immaginare chi non c’era. Non riesco a liberarmi di quel ricordo, di quelle urla strazianti, del suo corpo che si dimenava senza controllo, delle allucinazioni e dei discorsi deliranti. Ho avuto paura, crescente ad ogni crisi che ha avuto, dalla partenza al ritorno. Impotente, ho assorbito tutto il dolore. E ora avrei bisogno di una vacanza dalle mie domande.
“E ora devo ricominciare tutto dal principio, di nuovo tutto dal principio…” 5/30/2008 ventotto anni, un'anna sola (ma due immagini perchè non capisco niente di HTML)
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